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La morte del ricercatore Jason Arday e l'accanimento mediatico scatenato dal populismo razzista di destra La morte a 41 anni del ricercatore Jason Arday è l’esito tragico di un feroce linciaggio mediatico a sfondo razzista che metteva in dubbio la sua carriera, i riconoscimenti professionali dichiarati, ma anche la sua persona. Divenuto celebre per la sua ascesa dopo una diagnosi infantile di autismo e ritardi nell'apprendimento, Arday è finito nel mirino del ricercatore statunitense Nathan Cofnas, noto per le sue posizioni fortemente contrarie alle politiche di diversità, equità e inclusione (DEI), che promuovono la partecipazione di tutte le persone e categorie, in particolare di quelle marginalizzate, e per posizioni razziste. Con un software antiplagio, Cofnas ha segnalato sovrapposizioni testuali nella tesi di dottorato del docente e in articoli pubblicati in passato. Non era la prima volta che Arday e la sua carriera accademica venivano messi in discussione. È stata però la newsletter di Cofnas a dare il via a un accanimento violento contro Arday. Per circa 20 giorni, il suo curriculum, le sue interviste e le sue dichiarazioni, il suo memoir già pubblicato negli Stati Uniti ma non uscito ancora nel Regno Unito, così come le sue conoscenze, sono stati messi al vaglio, interrogati ed esaminati per capire se davvero Arday era chi diceva di essere, e soprattutto se meritava di stare dove stava. Arday è stato trasformato nel capro espiatorio perfetto per una crociata ideologica e razzista contro le politiche DEI. Un'escalation di oltre duecento articoli d'accusa che ha portato prima alle sue dimissioni forzate per tutelare la propria salute mentale, e poi alla tragedia. “Sebbene le critiche siano una parte inevitabile della vita accademica, ciò che ho subito è andato ben oltre il semplice dissenso scientifico. Le accuse incessanti, le speculazioni e i commenti pubblici hanno avuto un impatto profondamente negativo su di me e sulle persone che amo”, aveva affermato Arday motivando le sue dimissioni. Le accuse di plagio contro il sociologo non possono essere lette come politicamente neutre e senza tenere in considerazione l’identità di Arday e ciò che per la destra e l’estrema destra rappresentava. Diversi osservatori hanno evidenziato un doppio standard: nell'accademia britannica le irregolarità di docenti bianchi vengono spesso gestite internamente, mentre le figure razzializzate diventano simboli da abbattere, usate prima come vessillo dalle istituzioni e poi lasciate sole nella tempesta. Diventato un caso nazionale che ha riempito le pagine dei giornali britannici e non solo, il trattamento subito da Arday rivela il razzismo del populismo di destra ed estrema destra, il panico morale generato dalle destre su diversità e inclusione e sfruttato dai media, e lo svilimento di una vita per tornaconti personali. Qui il nostro articolo completo: Ссылка скрыта
Открыть канал и посмотреть медиаCosa succede quando un colosso energetico da novanta miliardi l’anno porta in tribunale professori precari, giovani attivisti, organizzazioni non governative e giornalisti d’inchiesta? I procedimenti legali avviati da Eni contro realtà come Ultima Generazione, Fridays For Future, Greenpeace e ReCommon mettono in luce un cortocircuito profondo: da un lato tribunali strutturalmente impreparati a maneggiare la complessità tecnica e scientifica della crisi climatica, dall'altro un ricorso sistematico alle aule di giustizia per tutelare l'immagine aziendale e arginare il dissenso. È il fenomeno delle SLAPP, le cause bavaglio pensate per intimidire e silenziare la partecipazione pubblica attraverso un evidente dislivello di risorse e potere economico. Un fenomeno in cui l'Italia detiene il primato europeo per incidenza, mentre la politica ritarda e svuota l'applicazione delle tutele europee contro le querele temerarie. Il giornalista Andrea Turco, esperto di ambiente, energia ed economia circolare, ha raccontato cosa ha imparato dalle due udienze a cui ha partecipato nei processi contro gli attivisti climatici 👇 Ссылка скрыта
Открыть канал и посмотреть медиаBasta una battuta informale di un consigliere comunale di Brooklyn, tradotta male e rilanciata senza verifiche, per costruire un caso politico e trascinare il dibattito italiano in una trappola ideologica? È quello che è successo con l'ennesima crociata contro il woke, cavalcata contemporaneamente da Giuseppe Conte, Matteo Renzi e da diverse testate nazionali sulla base di un virgolettato attribuito ad Alexandria Ocasio-Cortez che la deputata democratica non ha mai pronunciato. Dietro la facciata della lotta al "politicamente corretto" o alla cosiddetta "dittatura delle minoranze" non c'è una discussione astratta sul linguaggio, ma una precisa strategia politica: una narrazione tossica costruita a tavolino dall'estrema destra conservatrice americana per rendere impopolari le battaglie civili e giustificare un arretramento autoritario. Quando in diversi Stati USA si dichiara guerra al "woke", le conseguenze sono materiali e immediate: licenziamenti, censura accademica e divieti che bloccano l'accesso alle cure sanitarie per le persone transgender e colpiscono le minoranze. Presentare i diritti civili come un lusso identitario opposto ai bisogni economici della classe lavoratrice è una falsa dicotomia, smentita dai numeri e dalle vittorie concrete di chi tiene insieme giustizia sociale, sanità pubblica, casa e tutele per tutti. Importare le categorie dei think tank reazionari per regolare i conti interni al centrosinistra finisce solo per legittimare l'agenda degli avversari politici. È a quest'agenda che ha aderito implicitamente Giuseppe Conte con la sua lettera a Repubblica (seguito a ruota da Matteo Renzi), avviando un dibattito surreale su woke e sinistra viziato fin dalle fondamenta. Qui il nostro approfondimento completo: Ссылка скрыта
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